I ladri della pace by Arturo Bianchi

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CAPITOLO I

I Ladri della Pace.

Trentacinque anni or sono, vale a dire al tempo della Epopea Garibaldina, memorabile nella storia di questo secolo per le patriottiche audaci imprese, e per le vittoriose battaglie, la gioventù che vi aveva preso parte valida, restituitasi al domestico focolare, si abbandonava con diritto, a qualcun ozio di Capua, e naturalmente, onde non degenerare dai comuni progenitori, Adamo ed Eva, faceva, come suol dirsi, all’amore, anche senza paradiso terrestre.

Ciò premesso, noi faremo la presentazione, come è d’uso nella buona Società, dei signori Ladri della Pace, secondo il titolo del libro odierno.

I principali, i più pericolosi, sono l’Amore e la Gelosia di lui sorella germana.

Per quanto riflette poi ai due Protagonisti del nostro Romanzo (più di uno stavolta, per il melius est abundare quam deficere) si trova inutile di osservare troppi dettagli. Questi seguiranno il corso degli avvenimenti che noi svolgeremo, basterà quindi avvertire intanto, che uno dei protagonisti era Blandis pittore nullatenente; celibe, l’altra la signorina Giacinto benestante; giovane il primo, più giovane la seconda, capo esenziale secondo la legge universale—Simpatici assai, buoni educati, intelligenti, e della poesia e della musica, entrambi amanti—Alfredo e Violetta, bei nomi accolti anche dal sommo Verdi nella sua Traviata . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Alfredo, dopo parecchi mesi di semplice candida amistà verso Violetta, amistà nudrita soltanto da Apollo, il Dio della Musica, della Poesia e delle Arti, il Principe delle Muse, venne ferito in cavità, da Cupido, il Dio dell’amore, e Violetta, parea volesse seguirne le traccie, ricordando la Psiche voluttuosa, rivale, per bellezza, di Venere.

Ma Alfredo, ingenuo e timido quanto una gazzella,¹ era stato un immenso illusionista. Non potea trattarsi semplicemente degli effetti della buona musica, eseguita con impegno a mezzo dei due scelti istrumenti, che sono il Violoncello e l’Arpa? Oh! le Romanze!……. le sirene di terra ferma!

¹ Gazzella = Leggiadra Capretta Selvatica.

Violetta invece, meno aerea di Alfredo, un giorno gli era gentile, espansiva, affettuosa, e l’altro indifferente forse per pura questione meteorologica, e di tale indifferenza, da ammazzare non solo un Cristiano, ma anche un Toro.

Però la maschile fierezza, aveva tentato di venire in soccorso del ferito Pittore, ma egli che poco prima, si era confortato di Apollo, di Minerva e di Marte, abbandonò quei suoi primi auspici, per seguire a capofitto Venere, non conoscendo bene ancora il proprio labirinto amoroso, dal quale, ad onta de’ suoi sforzi, non sarebbe escito, se non colle ossa sconquassate.

Oh! la indimenticabile Francesca da Rimini, esclamava tante volte, fra le sue veglie, Alfredo, oh! il verso splendido «Amor che al cor gentil ratto s’apprende» (DANTE—Inf. Canto V) trascurando poi il successivo = «Amor che a nullo amato amar perdona» molto docente¹.

¹ Amore che non consente che chi è amato, non riami = (Dalle note esplicative).

Noi presumiamo di avere, sebbene forse precocemente, compreso, siccome l’amore di Alfredo per Violetta, dovesse essere fra i soprannaturali, e fra gli incurabili, quanto le malattie croniche…………. Se non che appena il misero Alfredo s’ebbe in petto la freccia amorosa, sviluppossi in lui una complicazione da impensierire qualunque medico curante, vogliam dire, la gelosia, raramente dal vero amore scompagnata, quel mostro che fece diventare l’innamorato Otello, strangolatore. La gelosia di Alfredo, non era tale da farlo assassino, perchè di carattere mite, che, in ogni caso, in luogo di strangolare, si sarebbe strangolato. Ma appunto perchè di mite indole, egli soffriva dippiù. E di chi e di quali cose geloso? Di tutto e di tutti, senza un punto sicuro, quindi geloso dell’ignoto, e sprovvisto di qualsiasi diritto. In conclusione quel povero Alfredo, per colpa della sua testa vulcanica, o della sua tenerezza di cuore, o perchè infine, fosse troppo artista; provava già da tempo le pene dell’inferno, nella bolgia riservata, prima ancora, di scendervi. La sua consueta giocondità, la quiete, il sonno, la pace, perduti!

E chi oserà dunque negare, che l’amore e la gelosia, non sieno i principali ladri della pace?

Suicidarsi? No, perchè sebbene infelici, bisogna avere il coraggio di vivere per gli altri che di noi vivono.

Alfredo trascinava pertanto, da lunga stagione, una misera vita, piena di tristi presentimenti. Egli, ne’ suoi frequenti soliloqui, si chiedeva cos’è la vita? E tosto risovvenivasi di avere letto questi bei versi:

      « Il passato non è, ma ce lo pinge
La dolce rimembranza,
« Il futuro non è, ma ce lo finge
La credula speranza
« Il presente solo è, ma in un baleno
Passa del nulla in seno;
« Dunque la vita è appunto
Una memoria, una speranza, un punto…..»

Sì, ma, del resto, abbiamo un bel dire noi filosofi. Quell’innamorato Pittore, ad onta dei mille proverbi, dei quali aveva dovizia, non sapeva cessare un solo istante, del dì e della notte, dal pensare a Violetta, dal vedersela dinnanzi agli occhi, siccome un raggio di luce ardente, vivificatore.

Oh! almeno sorgesse in favore del nostro tribolato artista, qualche straordinario avvenimento, tale da compensarlo del suo dolore, o da guidarlo in più fortunato calle! Noi, del resto, che conoscemmo la peregrina di lui costanza, negli affetti più caldi, avremmo dei dubbi, su qualsiasi cambiamento.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Ma ahimè, il nostro esaltato, a quanto pare, pretendeva talora l’istesso amore di Beatrice, per Dante, il quale, si narra, sia stato più puro di quello degli Angioli,¹ talora l’amore furente della desolata Didone, vittima del tradimento di Enea, e talora finalmente sarebbesi accontentato della via di mezzo, dell’amore della Francesca da Rimini pel suo Paolo, quando s’ebbe il bacio tremante…….»

    «Questi che mai da me non fia diviso
La bocca mi baciò tutto tremante»
(DANTE—Inf. Canto V).

    ¹ « Io son Beatrice che ti faccio andare
Vegno di loco, ove tornar disio,
Amor mi mosse che mi fa parlare»

(DANTE—Inf. Canto II).

Nè mai il caro artista, voleva piegarsi, per Iddio, all’amore dei tempi moderni, così ragionevole, e dagli altari, e dal Sindaco benedetto. E per quel suo malaugurato istinto delle mele proibite, caddero sul di lui capo malanni pubblici e privati, oltre alla censura della odierna imperante, concreta società . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

    —Lugete Veneres, Cupidinesque—
(piangete o Veneri, piangete o amori)

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

«Il matrimonio è la tomba dell’amore» scrisse un romanziere illustre = «Il matrimonio lega i nomi e le sostanze, non il cuore» e quegli per prudenza, soggiungeva, che, il matrimonio «poteva essere la culla dell’amicizia» Sarà bene, del resto, che noi non ne facciamo il nome, onde non esporre lo scrittore di buona fede, alla spietata vendetta delle nubende e consorteria. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Era il mattino del 19 Marzo 18.., giorno di S. Giuseppe, nome del defunto padre di Alfredo, ma questi, contro il suo costume, non si era per anco svegliato, nè pel vicino cinguettio dei passeri, nè per quello di due rondini, allor allora giunte sul suo verone.

Egli era assopito, siccome accade a persona stanca sì, ma afflitta da recente cordoglio. Egli aveva vegliato tutta la notte a scrivere, a gesticolare, a parlare fra se. Le di lui buone sorelle, ritratti parlanti della loro madre esemplare, poco tempo addietro defunta, erano già entrate due volte in punta di piedi, nella cameretta del fratello, onde porgergli l’usato Caffè, ma due volte se ne erano subito ritirate, per non turbare il riposo al loro diletto, accorte dalla quasi esaurita candela, come egli si fosse coricato da pochi istanti. Se non che Lord, il bracco bianco, affezionato al suo padrone, non volendo saperne di quella novità, che ritardava la sua passeggiata alla caccia, a forza di guaire e di saltargli sul letto, finì, il bestione, col destare Alfredo. Questi siccome uomo che abbia smarrita la tramontana, fissò intorno lo sguardo attonito, nascose sospettoso sotto le coltri, un oggetto che teneva fra le mani sudate, e si riassopì.

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