Italian Literature

Giacinta by Luigi Capuana

Giacinta by Luigi Capuana.jpg

A Emilio Zola

(Maggio 1879)

GIACINTA

Di Luigi Capuana

Parte prima

I

— Capitano — disse Giacinta.

E, presogli il braccio, lo tirava verso la vetrata della terrazza con vivacità fanciullesca

— È vero che il tenente Brogini ha un’amante vecchia e brutta che talvolta lo picchia?

Il capitano Ranzelli cessò di sorridere e si fece serio serio.

— Perdoni, signorina; ma…

— Al solito, gli scrupoli! — esclamò Giacinta con una piccola mossa di dispetto. — È una scommessa; me lo dica, mi faccia questo piacere. Dopo se vorrà, potrà sgridarmi.

— Io non la sgrido; non ne ho il diritto né l’autorità — rispose il capitano. — Però ho tanta stima di lei e le voglio…

— Tanto bene! — lo interruppe Giacinta, ridendo.

— Sí, tanto bene, che non posso vederla commettere, senza dispiacere, una leggerezza da nulla.

— Ho fatto male?

— Almeno qui, dinanzi a questa gente che suol dare maligna interpretazione anche alle cose piú innocenti.

— Com’è severo! Oh! Oh!

— Non dica cosí. Spesso spesso le apparenze valgono piú della realtà, e il mondo…

— È vero o no che il tenente Brogini…? — ripeté Giacinta spazientita.

— Senta qua.

Il Ranzelli fece girare sulle rotelle la poltrona vicina, prese una seggiola e, appoggiate le mani sulla spalliera, chinandosi un po’ in avanti, soggiunse:

— Segga, dieci minuti.

Vedendola sdraiata lí, con la bruna testa buttata indietro e la faccia rivolta verso di lui, stette a osservarla, in piedi, dondolando la seggiola. Quella personcina minutina, rannicchiata tra la soffice imbottitura della poltrona e cosí ben modellata dalle pieghe dell’abito, gli richiamava alla mente l’immagine di un gioiello tra la bambagia carnicina e il raso azzurro dell’astuccio; mentre Giacinta, vistagli apparire negli occhi la forte commozione che gli agitava il cuore in quel momento, sorrideva a fior di labbra.

Il capitano sedutosele di fronte, molto accosto, cominciò a parlare sotto voce; e stando ad ascoltarlo attentamente, colle sopracciglia un po’ corrugate, ella intanto girava gli occhi attorno, da un gruppo all’altro del salotto.

Sotto il grande specchio di Murano, dalla cornice di cristallo tutta fiori e foglie scintillanti ai vivi riflessi dei lumi, la bella signora Clerici rideva delle sciocchezze di quell’insulso dell’avvocato Ratti che gesticolava come un burattino.

Più in là, la signora Manzi, bionda e grassona, movendo lentamente il ventaglio, con gli occhi socchiusi, da quella indolente che era, stava a sentire, chi sa quale discussione tra il Gessi e il giovine Porati. Se n’erano appellati a lei, pareva… Oh! Sapevano scegliere quei due!

— Eh?… dico bene? — domandò il capitano.

— Sí, sí.

Giacinta aveva risposto chinando lievemente il capo, senza interrompere la sua rassegna.

Dal sedile a foggia di un’esse posto nel centro del salotto, la signora Rossi, che ragionava col Merli — parlava sempre lui quel buratto! — li spiava di sbieco, con la sua aria maligna di magra stecchita, storcendo piú del solito gli occhi sul faccione da mula. Quei due occhi collo strabismo davano a Giacinta il mal di capo ogni volta che le accadeva di fissarli un tantino; e per ciò li aveva subito evitati. Ma s’era incontrata con gli sguardi pettegoli della Gina, la nipote della signora Rossi. Voltavasi anche essa, di tanto in tanto verso di loro, forse per distrarsi dal conversare con quel grullo del conte Grippa di San Celso che, piantato davanti a lei, piegato in arco, colle braccia incrociate sulla schiena, le spalancava in viso la bocca enorme, forse, perché moriva dalla curiosità di sapere di che discorressero, con tanto interesse, quei due.

Proprio in quel momento, Giacinta si era messa a sorridere, soddisfatta, abbassando le palpebre, scotendo lentamente il capo in segno di conferma, intanto che il Ranzelli, eretto sulla vita, impettito, scuro in viso, mordevasi i baffi e si guardava, per darsi un contegno, le mani.

Alzando gli occhi, ella scorse in un angolo sua madre che le gettava, di sfuggita, certe occhiate penetranti come un succhiello.

— La mamma ci osserva — disse al capitano.

— Tanto meglio — rispose questi, guardando dalla parte dove la signora Marulli, col vestito nero accollato, orlato da un goletto bianchissimo, a cartocci, che dava risalto alla sua bella testa di donna matura, pareva ragionasse fitto fitto colla signora Villa, senza neppure badare ai continui dinieghi di questa.

Poco dopo, Giacinta diceva al capitano:

— Gerace ci mangia con gli occhi.

— Peggio per lui!

Questa volta il Ranzelli non si degnò di voltarsi. Giacinta, però, continuò a guardare laggiú, verso il pianoforte.

Da un pezzetto Andrea Gerace non prestava piú orecchio alla signora Maiocchi che, seduta dirimpetto a lui, pareva gli parlasse di qualche cosa interessante, facendo ballare i nastri, i fiori, i tralci della sua enorme pettinatura. Egli tormentava, ora con una mano ora coll’altra, la punta dei suoi baffettini incipienti e aveva negli occhi tutto il dispetto per quella eterna conversazione tra il capitano e Giacinta.

— E i dieci minuti? — diceva infatti Giacinta, con aria di rimprovero, al Ranzelli.

— Per me non sono ancora passati…, se non la infastidisco.

Giacinta gli accennò di continuare, col ventaglio di tartaruga a cui teneva appoggiata la faccia; e riprese a fissare Gerace, che, pallido, cogli occhi intorbidati, non ne perdeva il piú piccolo movimento. La signora Maiocchi, nella foga del ragionare, non gli aveva badato; ma quando gli vide rizzare improvvisamente il capo, si voltò subito indietro agitando il pensile giardino della sua testa, per vedere che cosa accadesse.

Il Ranzelli, accostata un po’ piú la seggiola alla poltrona, parlava con grande efficacia, curvo, accompagnando le parole con brevi gesti nervosi; e Giacinta, a fronte bassa, mordendo la punta del ventaglino, stava ad ascoltarlo immobile, il seno ansante, infiammata nel viso.

— Ma dunque questa Giacinta vi fa ammattire tutti!

La signora Maiocchi prese stizzosamente una delle tante partiture ammonticchiate sul pianoforte e cominciò a sfogliarla.

— Volete un consiglio? — soggiunse, rimettendo la partitura a posto. — Lasciate andare; quella ragazza è impastata di ghiaccio.

— Il capitano sta per scioglierlo! — rispose Andrea.

— Non vi credevo cosí sciocco — disse la Maiocchi, levandosi a sedere.

Nello stesso punto Giacinta si era alzata dalla poltrona.

— Poesia! Poesia! — mormorava, fissando il capitano negli occhi.

E si stirava graziosamente con un fare di persona stanca; ma il capitano, indovinando sotto quella sonnolente indifferenza la commozione vibrante ancora nei delicati nervi di lei, pensava un po’ mortificato: — Strana ragazza!

— Insomma?… — le domandò tutt’a un tratto.

E siccome a questa insistenza Giacinta non poté trattenere un sorriso, il Ranzelli, per ricambio, voleva darle una stretta di mano.

— Oh, no! — ella disse, avvedendosi dell’abbaglio di lui. Ma non poté aggiungere altro, sotto tanti sguardi rivolti curiosamente su di loro.

Gli fece un piccolo inchino con la testa, e andò incontro al padre che rientrava dalla stanza da giuoco discutendo, col signor Rossi e il cavaliere Clerici, l’ultima partita di tressette. Il Signor Marulli voleva giustificare, a tutti i costi, una giocata andatagli male.

— Babbo, devi aver torto — gli disse Giacinta, sforzandosi di parer di buon umore. — Ha perduto, è vero cavaliere?

— Come sempre — rispose Clerici.

Il Signor Marulli protestava.

Ranzelli intanto, rimasto a riflettere sulle ultime parole di Giacinta, si arrabbattava colle dita contro un bottone della divisa che stentava a entrare in un occhiello. Poi, vedendo passare il commendatore Savani scappato da un piccolo crocchio di persone con le quali era stato lungamente a discorrere, gli si accostò, dicendo:

— Buoni affari, commendatore?

— Ah! gli azionisti son piú noiosi delle mosche — rispose Savani.

— Il miele dei dividendi li attira! — aggiunse il Ratti salutandolo e ammiccando malignamente al capitano e alla Maiocchi la quale aveva alzato la testa lasciando di parlare al cavaliere Mochi in un orecchio.

Questi, con la lente all’occhio sinistro, senza smettere di osservare le fotografie del grande album aperto sul tavolino, rispondeva alla signora Maiocchi:

— V’ingannate, non mi riguarda.

— Andate là! Come antico cugino della mamma, dovrebbe interessarvi.

E dondolava il capo affermativamente, benché Mochi le dicesse:

— Niente affatto! Quella parentela costava troppo, allora; e non valeva quel che costava. Oh! io sono sempre economo in vita mia.

— Sia pure!

E la signora Maiocchi rideva, ma non pareva ben persuasa.

Nel centro del salotto, attorno alla signora Rossi, alla Gina, alla signora Clerici e alla signora Mazzi che si faceva sempre vento indolentemente, la conversazione era diventata animatissima.

— Che pazzerellone quel Ratti!

— Non c’era altri che lui per rallegrare la brigata!

Infatti ridevano tutti.

Giacinta, in piedi, a braccio della Gina che aveva ceduto il suo posto alla signora Mazzi, non perdeva di vista Gerace. Egli picchiava leggermente con un dito sopra un tasto del pianoforte, mordendosi il labbro, gli occhi rivolti al soffitto; e quella nota, sorda e continua, irritava Giacinta, benché il rumore della conversazione la facesse appena avvertire dagli altri. Ogni battuta era per lei una puntura di spillo. Finalmente non ne poté piú! Svincolatasi dal braccio della Gina, si fece largo colla mano fra il conte Grippa e il Porati, e fermatasi a pochi passi dal pianoforte:

— Dio mio, signor Andrea! — gli disse. — Non ha altro da suonare?

— Musica del cuore! — esclamò la signora Maiocchi.

E vedendo che gli altri ridevano di quella spiritosaggine buttata quasi in viso a Giacinta, si ringalluzzí tutta.

Gerace, sorridendo impacciatamente, erasi già scostato dal pianoforte.

— Musica del cuore! — ripeté la signora Maiocchi.

— Ton! Ton! Ton!… Cotesta musica la faccio anch’io che non so suonare nemmen le campane. Ecco qui!

E il Ratti si mise a pestare all’impazzata sui tasti, lavorando furiosamente il pedale. I bassi muggivano come tori feriti; gli acuti stridevano con un miagolio indiavolato.

— Bravo! Bravo!

Il conte Grippa cominciò a batter le mani il primo, sgangherandosi la bocca dalle risa.

— Bravo!…Benissimo!

Tutti gli fecero coro. Quella grassona della signora Mazzi, a cui il gran ridere dava il convulso, si aggravava con tutta la sua persona sopra una spalla del Merli che, piccino com’era, aveva paura di essere schiacciato.

Con tal successo e con tanta ressa di persone attorno al pianoforte, il Ratti pestava, pestava sulla tastiera, stralunando gli occhi, agitando il capo come in preda all’ispirazione musicale, facendo le viste di svenirsi nei momenti patetici.

— Povero pianoforte! — disse allora la signora Villa a la Marulli che, a quel chiasso, aveva smesso di parlare, nell’angolo dov’eran rimaste esse sole.

Profittando della confusione, Giacinta si era avvicinata a Gerace. Imbroncito, in disparte, Andrea lisciava le foglie della gypsophila paniculata posta in un vaso di porcellana su un treppiede di bronzo.

— Che ti prende? — gli disse sdegnosamente sotto voce, passando oltre senz’attendere la risposta.

— Beene!… Braavo!… Beeenissimo!

Ratti, dato un ultimo strappo alla tastiera, si applaudiva da sé, battendo le mani piú forte degli altri.

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