Le Vergini delle Rocce by Gabriele D’Annunzio

Le Vergini delle Rocce by Gabriele D'Annunzio

PROLOGO.

…. una cosa naturale vista in un grande specchio.

Leonardo da Vinci.

Io vidi con questi occhi mortali in breve tempo schiudersi e splendere e poi sfiorire e l’una dopo l’altra perire tre anime senza pari: le più belle e le più ardenti e le più misere che sieno mai apparse nell’estrema discendenza d’una razza imperiosa.

Su i luoghi dove la loro desolazione, la loro grazia e il loro orgoglio passavano ogni giorno, io colsi pensieri lucidi e terribili che le antichissime rovine delle città illustri non mi avevano mai dato. Per scoprire il mistero delle loro ascendenze remote, esplorai la profondità dei vasti specchi familiari dove talvolta esse non ravvisarono le loro proprie imagini soffuse d’un pallore simile a quello che annunzia il dissolvimento dopo la morte; ed a lungo scrutai le vecchie cose consunte su cui le loro mani fredde o febrili si posarono col medesimo gesto, forse, che avevano usato altre mani già fatte polvere da gran tempo.

Tali io le conobbi nel tedio dei giorni comuni o sono esse le creature del mio desiderio e della mia perplessità?

Tali io le conobbi nel tedio dei giorni comuni ed esse sono le creature del mio desiderio e della mia perplessità.

Quel brano della trama di mia vita, che fu da loro medesime operato inconsapevolmente, ha per me tal pregio inestimabile ch’io voglio impregnarlo del più acuto aroma conservatore per impedire che il tempo in me lo impallidisca o lo distrugga.

Per ciò oggi io tento l’arte.

Ah, qual sortilegio dunque potrebbe dare la coerenza delle materie tangibili e durevoli a quel tessuto spirtale che le tre prigioniere ordirono nel tedio dei giorni aridamente e quindi a poco a poco riempirono con le imagini delle cose più nobili e più desolanti in cui la passione umana siasi mai rimirata senza speranza?

Dissimili alle tre sorelle antiche perchè non figlie ma vittime della Necessità, tuttavia nel comporre la più ricca zona della mia vita esse parvero anche preparare il destino di colui che doveva venire. Insieme si affaticavano, quasi mai accompagnandosi con un canto ma men di rado versando lacrime visibili in cui erano sublimate le essenze delle loro anime inesauste e chiuse.

Perchè fin dalla prima ora io le conobbi sovrastate da una cupa minaccia, colpite da un divieto tirannico, scoraggiate e anelanti e prossimamente periture, – tutte le loro attitudini e i loro gesti e le loro più vaghe parole mi sembrarono gravi e significare ciò che esse medesime ignoravano nella loro profonda inconsapevolezza.

Piegandosi e rompendosi sotto il peso della loro maturità come in autunno gli alberi troppo carichi di frutti troppo grandi, esse non sapevano misurare tutto il loro male nè confessarlo. Le loro labbra gonfie d’angoscia non mi rivelarono se non una piccola parte dei loro segreti. Ma io seppi comprendere le cose ineffabili che diceva il sangue eloquente nelle vene delle loro belle mani ignude.

E il ricettacolo delle virtù sarà pieno di sogni e vane speranze.

Leonardo da Vinci.

L’ora che precedette il mio arrivo nell’antico giardino gentilizio dove esse mi aspettavano – quando la imagino – m’appare illuminata da un lume d’insolita poesia.

Per colui che sa di quali fecondazioni lente o subitanee, di quali inaspettate trasfigurazioni sia capace un’anima intensa comunicante con altre anime nelle vicissitudini dell’incertissima vita; per colui che, riponendo tutta la dignità dell’essere nell’esercitare o nel patire una forza morale, si avvicina al suo pari con l’ansia segreta di dominare o d’esser dominato; per ogni uomo curioso del mistero interiore, ambizioso di potere spirituale o bisognoso di schiavitù, nessuna ora ha l’incanto di quella in cui egli si muove con una vaga antiveggenza verso l’Ignoto e l’Infinito viventi, verso un oscuro mondo vivente ch’egli conquisterà o dal quale sarà assorbito.

Io era per penetrare in un giardino chiuso.

Le tre principesse nubili aspettavano quivi l’amico non veduto da lungo tempo, il quasi coetaneo a cui erano legate da qualche ricordo di puerizia e di adolescenza, l’unico erede di un nome non meno antico e non meno insigne del loro. Aspettavano così un loro eguale, un reduce dalle città magnifiche apportatore d’un soffio di quella grande vita a cui esse avevano rinunziato.

E ciascuna forse nel suo cuore segreto aspettava lo Sposo.

Veemente m’appare l’ansietà di quell’aspettazione, quando io penso alla nuda e cupa solitudine della casa in cui esse fino a quel giorno avevano languito, con le belle mani colme di tutti i beni della giovinezza, nel conspetto dei simulacri di non so qual vita e qual pompa regali che la follia materna creava per popolarne la vacuità degli specchi troppo vasti. Dalle infinite lontananze di quei dominii pallidi come stagni crepuscolari dove l’anima della madre forsennata si sommergeva delirando, non aveva ciascuna veduto apparire la forma giovenile e ardente dello Sposo che doveva toglierla all’oscura consunzione e sollevarla d’improvviso in un turbine di allegrezze?

Così ciascuna, nel suo chiuso giardino, aspettava con inquietudine colui che doveva conoscerla per deluderla e per vederla perire senza possederla.

«Ah, chi sarà di noi l’eletta?»

Non mai forse – io penso – i loro belli occhi velati si fecero intenti come in quell’ora: occhi velati di malinconia e di tedio, ove la troppo lunga consuetudine delle apparenze sempre eguali aveva abolito la mobilità dell’indagine; occhi velati di mutua pietà, ove le forme degli esseri familiari si riflettevano senza mistero e senza mutamento, fisse nelle linee e nel colore della vita inerte.

E d’improvviso ciascuna vide in ciascuna una creatura nuova, cinta di armi. Io non so quale evento sia più triste di queste rivelazioni fulminee che fa ai cuori teneri il desiderio della felicità. Respiravano le virtuose sorelle nel medesimo cerchio di dolore, premute dal medesimo destino; e, nelle sere gravi d’ambascia, a volta a volta l’una reclinava la fronte su l’omero o sul petto dell’altra, mentre l’ombra agguagliava la diversità dei volti e confondeva le tre anime in una sola. Ma, come il passeggiere annunziato era per porre il piede su la loro soglia deserta e già appariva alla loro attesa col gesto di colui che elegge e che promette, esse risollevarono il capo con un fremito e disciolsero le dita avvinte e scambiarono uno sguardo ch’ebbe la violenza d’una illuminazione repentina. E, mentre saliva dalla profondità delle loro anime turbate un sentimento ignoto ch’era privo della dolcezza primiera, esse conobbero alfine in quello sguardo tutta la loro grazia declinante, e qual fosse il contrasto delle loro sembianze illuminate dal medesimo sangue, e quanta notte si raccogliesse nel volume d’una capellatura addensata come un castigo su una nuca troppo pallida, e le meravigliose persuasioni espresse dalla curva di una bocca in silenzio, e l’incantesimo tessuto come una rete dall’ingenua frequenza d’un atto inimitabile, ed ogni altro potere.

E un oscuro istinto di lotta le sbigottiva.

Tali io imagino quelle che m’aspettavano nell’ora lucente.

Il primo fiato della primavera appena tiepido, che aveva toccato i culmini aridi delle rocce, blandiva le tempie delle vergini inquiete. Sul grande claustro fiorito di giunchiglie e di violette, le fontane ripetevano il comento melodioso che da secoli le acque fanno ai pensieri di voluttà e di saggezza espressi nei distici leonini delle dedicazioni. Su taluni alberi, su taluni arbusti le foglie tenui brillavano come inviluppate d’una gomma o d’una cera diafana. Alle cose antichissime e immobili nel tempo, che soltanto potevano consumarsi, comunicavano una indefinita mollezza le cose che potevano rinnovellare.

«Ah, chi sarà di noi l’eletta?»

Divenute rivali in segreto dinnanzi all’offerta ingannevole della vita apparente le tre sorelle componevano la loro attitudine secondo il ritmo interiore della lor bellezza nativa già dal tempo minacciata, che forse soltanto in quel giorno esse avevano compreso nel suo senso verace, come l’infermo ode il suono insolito del sangue riempire l’orecchio premuto su l’origliere e comprende per la prima volta la musica portentosa che regge la sua sostanza peritura.

Ma forse quel ritmo in loro non aveva parole.

Sembra, tuttavia, che in me oggi sorgano distinte le parole di quel ritmo secondando le pure linee delle imagini ideali.

«Un bisogno sfrenato di schiavitù mi fa soffrire» dice Massimilla silenziosamente, seduta sul sedile di pietra, con le dita delle mani insieme tessute, tenendovi dentro il ginocchio stanco, «Io non ho il potere di comunicare la felicità, ma nessuna creatura viva e nessuna cosa inanimata potrebbe, come la mia persona tutta quanta, divenire il possesso perfetto e perpetuo di un dominatore.

Un bisogno sfrenato di schiavitù mi fa soffrire. Mi divora un desiderio inestinguibile di donarmi tutta quanta, di appartenere ad un essere più alto e più forte, di dissolvermi nella sua volontà, di ardere come un olocausto nel fuoco della sua anima immensa. Invidio le cose tenui che si perdono, inghiottite da un gorgo o trascinate da un turbine; e guardo sovente e a lungo le gocce che cadono nel gran bacino svegliandovi appena un sorriso leggero.

Quando un profumo m’involge e vanisce, quando un suono mi tocca e si dilegua, talvolta io mi sento impallidire e quasi venir meno, sembrandomi che l’aroma e l’accordo della mia vita tendano a quella medesima evanescenza. Pure talvolta la mia piccola anima è stretta dentro di me come un nodo. Chi la scioglie e l’assorbe?

Ahi me, forse io non saprei consolare la sua tristezza; ma il mio volto ansioso e muto si volgerebbe sempre verso di lui spiando le speranze rinascenti nel suo segreto cuore. Forse non saprei spargere sul suo silenzio le sillabe rare, semi dell’anima, che in un attimo generano un sogno smisurato; ma nessuna fede al mondo vincerebbe d’ardore la mia fede nell’ascoltare pur quelle cose che debbono rimanere inaccessibili al mio intelletto.

Io sono colei che ascolta, ammira e tace.

Fin dalla nascita la mia fronte porta tra i sopraccigli il segno dell’attenzione.

Dalle statue assise e intente ho appreso l’immobilità di un’attitudine armoniosa.

Posso tenere a lungo gli occhi aperti e fissi verso l’alto perchè le mie palpebre sono lievi.

Nella forma delle mie labbra è la figura viva e visibile della parola Amen

«Io soffro» dice Anatolia «d’una virtù che dentro di me si consuma inutilmente. La mia forza è l’ultimo sostegno d’una rovina solitaria, mentre potrebbe guidar sicura dalle scaturigini alla foce un fiume colmo di tutte le abondanze della vita.

Il mio cuore è infaticabile. Tutti i dolori della terra non riescirebbero a stancare il suo palpito; la più fiera violenza della gioia non l’infrangerebbe, come non l’estenua questa lunga e lentissima pena. Un’immensa moltitudine di creature avide potrebbe abbeverarsi nella sua tenerezza senza esaurirla.

Ah perchè dunque il destino mi costringe a quest’officio così angusto, a questa pena così lenta? Perchè mi vieta l’alleanza sublime a cui il mio cuore anela?

Io potrei assumere un’anima virile alla zona eccelsa, là dove il valore dell’atto e lo splendore del sogno convergono in un medesimo apice; io potrei estrarre dalla profondità della sua inconscienza le energie occulte, ignorate come i metalli nelle vene della pietra bruta.

Il più dubitoso degli uomini ritroverebbe al mio fianco la sicurezza; colui che smarrì la luce rivedrebbe in fondo al suo cammino il segnale fermo; colui che fu percosso e mutilato ritornerebbe sano ed integro. Le mie mani sanno avvolgere la benda intorno alle piaghe e strapparla di su le palpebre oppresse. Quando io le tendo, il più puro sangue del mio cuore affluisce all’estremità delle mie dita magneticamente.

Io posseggo i due doni supremi che amplificano l’esistenza e la prolungano oltre l’illusione della morte. – Non ho paura di soffrire e sento su i miei pensieri e su i miei atti l’impronta dell’eternità.

Per ciò mi agita questo desiderio di creare, di divenir per l’amore colei che propaga e perpetua le idealità di una stirpe favorita dai Cieli. La mia sostanza potrebbe nutrire un germe sovrumano.

In sogno, io vegliai tutta una notte misteriosamente sul sonno di un fanciullo. Mentre il suo corpo dormiva con un respiro profondo, io reggeva nelle mie palme la sua anima tangibile come una sfera di cristallo; e il mio petto si gonfiava di divinazioni meravigliose.»

Dice Violante: «Io sono umiliata. Sentendo su la mia fronte pesare la massa dei miei capelli, ho creduto di portare una corona; e i miei pensieri sotto quel peso regale erano purpurei.

La memoria della mia infanzia è tutta accesa d’una visione di stragi e d’incendii. I miei occhi puri videro correre il sangue; le mie narici delicate sentirono l’odore dei cadaveri insepolti. Una regina giovine e ardente, che aveva perduto il trono, mi sollevò nelle sue braccia prima di partire per un esilio senza ritorno. Da tempo io ho dunque su la mia anima lo splendore dei destini grandiosi e tristi.

In sogno, ho vissuto mille vite magnifiche, passando per tutte le dominazioni sicura come chi ricalca un sentiere già cognito. Negli aspetti delle cose più diverse ho saputo scoprire segrete analogie con gli aspetti della mia forma, e per un’arte nascosta indicarle alla meraviglia degli uomini; e assoggettare le ombre e le luci, come le vesti e i gioielli, a comporre l’ornamento impreveduto e divino della mia caducità.

I poeti vedevano in me la creatura speciosa, nelle cui linee visibili era incluso il più alto mistero della Vita, il mistero della Bellezza rivelata in carne mortale dopo intervalli secolari, a traverso l’imperfezione di discendenze innumerevoli. E pensavano: – Ben è questa la compiuta effigie dell’Idea che i popoli terrestri intuirono confusamente fin dalle origini e gli artefici invocarono senza tregua nei poemi, nelle sinfonie, nelle tele e nelle argille. Tutto in lei esprime, tutto in lei è segno. Le sue linee parlano un linguaggio che renderebbe simile a un dio colui che ne comprendesse la verità eterna; e i suoi minimi moti producono nei confini del suo corpo una musica infinita come quella dei cieli notturni.

Ma eccomi umiliata, priva dei miei regni! La fiamma del mio sangue impallidisce e si estingue. Scomparirò, men venturosa delle statue che testimoniavano la gioia della vita su le fronti delle città scomparse. Mi dissolverò ignorata per sempre, mentre esse dureranno custodite nelle tenebre umide con le radici dei fiori e un giorno dissepolte sembreranno auguste come i doni della Terra all’anima estatica dei poeti genuflessi.

Ho sognato omai tutti i sogni, e i capelli mi pesano più di cento corone. Stupefatta dai profumi, amo rimanere a lungo presso le fontane che raccontano di continuo la medesima favola. A traverso le ciocche dense che mi coprono gli orecchi, odo come in lontananza scorrere indefinitamente il tempo nella monotonia delle acque.»

Così parlano in me le tre principesse mentre le evoco aspettanti nell’ora irrevocabile. Forse così, credendo che un messaggere della Vita s’affacciasse ai cancelli del chiuso giardino, ciascuna riconosceva la sua virtù, emanava la sua seduzione, ravvivava la sua speranza, esagitava il sogno ch’era per congelarsi. – Ora illuminata da una grande e solenne poesia, lucentissima ora in cui emergevano e splendevano dall’interno cielo dell’anima tutte le possibilità!

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