Italian Literature

Sul Gatto by Giovanni Rajberti

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PREFAZIONE

Il divino Raffaello ebbe tre distinte maniere di dipingere: e io, modestamente imitandolo, intenderei di averne almeno due: poiché scrittorelli e poetastri, da cattivi a pessimi, sono pur sempre pittori. Avverto dunque, a comodo di chi bramasse saperlo, che la mia seconda maniera comincia dall’opuscolo presente, del quale entro a dare in breve le filosofiche ragioni. Questo è indispensabile in un secolo che vuol veder chiaro in tutto, perfino nello scopo dei libri inutili, che d’ordinario si compongono o per vanità di fama o per pungolo di fame.

Il mio primo maestro o, per continuare la similitudine, il mio Perugino fu sventuratamente quel vecchio pagano di Orazio Flacco, alla cui scuola io non appresi che la malizia e l’arte delle piccole bricconerie. Egli m’insegnò nientemeno che la satira, il genere di scrittura più immortale e anticristiano che dir si possa; la buffona e arrogante satira che osa giudicare i gusti del bel mondo, e farsi beffe degli adorabili capricci della moda. Incaponito dietro a quei precetti fallaci, mi posi avventatamente a scrivere e pubblicare il mio magro parere su tutto, e a menar colpi da orbo, e a fare il Don Chisciotte in favore della verità, la più ingrata delle Dulcinee, e in difesa del buon senso che è un servitore più ridicolo e goffo di Sancio Pancia.

Ma ci fu ancora di peggio. Con quel suo vizio di indicare le persone col loro nome proprio, Orazio mi avviò sulla facile e sdrucciolevole via di accennare candidamente a Tizio, Caio, Sempronio: la satira individuale, non vi dico altro! alla quale fui indotto dal solo mal esempio, per eccesso di innocenza e buona fede. E appunto per soverchia dabbenaggine la mia immaginazione non avvisò mai alle possibili conseguenze di quelle enormità involontarie: tanto più che vedeva non essere mai venuti meno al maestro né le simpatie popolari, né la protezione d’Augusto, né i benefizi di Mecenate, né la deliziosa villa di Tivoli dove egli passava metà dell’anno a fare un tantino l’epicureo, a minchionare il prossimo e soprattutto le amanti dismesse. Ma io, fatalità! per le mutate condizioni dei tempi mi trovai, senza avvedermene, impigliato in molestissime brighe col terzo e col quarto; e ne seguirono le antipatie, gli odi, le denigrazioni, lo scredito, e il triste esiglio: senza contare la consunzione, figlia del rimorso, che mi spolpa e divora. Cose da farne una tragedia in versi martelliani.

Bisogna però convenire che a que’ malanni contribuirono non tanto i tempi quanto i luoghi. Per uno scrittore un po’ vivace è gravissima sciagura il nascere in paesi d’una moralità così desolante e severa da inorridire all’idea di una scherzevole satiruccia1. Come si trattano diversamente queste faccenduole al di là dell’Alpi! Colà i partiti si strapazzano l’un l’altro allegramente e si versano addosso la cornucopia del ridicolo: né vi è persona sì altamente collocata cui non sappia arrivare fin sotto al naso col suo buffetto il più pigmeo dei giornalisti; e, dalla sfrenata parodia delle più decantate opere letterarie fino alle piccole caricature del Musée Philipon, è un continuo burlarsi degli uomini e delle cose. Né di siffatte pubblicazioni alcuno si offende; ma tutti ridono, e in prima coloro che sono vittime di quelle botte di penna o di matita: perché in fin de’ conti sono tutti mezzi di farsi nominare e salire a celebrità. Ma qui da noi che imitiamo tutto dai Francesi, fino all’inevitabile pardon, non sappiamo perdonare a chi tenta darci un po’ d’importanza diffondendo il nostro nome in verso o in prosa. Oh, è pur difficile e schizzinosa questa benedetta razza de’ Longobardi! Si dura fatica a persuadersi che il Parini e il Porta non siano riusciti a renderla più maneggevole e bonina.

Ma ciò si dice sol per mostrare le differenze caratteristiche da popolo a popolo: né impedisce che io sia sinceramente pentito delle mie giovanili balordaggini, e risoluto di ripararle alla meglio cambiando affatto tavolozza o stile. E parmi che questo si possa ottenere facendo diametralmente il contrario di quanto ho fatto finora. Per l’addietro amaro come il fiele? da qui innanzi dolciastro come la manna. Prima ruvido e duro come un chiavaccio irrugginito? adesso facile e scorrevole come il sapone nell’acqua calda. Alle indiscrete censure succederanno gli elogi sperticati; l’audace che trovava tutto biasimevole e cattivo, non finirà mai di dire come tutto sia buono e bello. Per esempio: sarà glorificato un imbecille? e io: bene! Si vedrà premiato un birbone? e io: bravo! Uscirà un libro senza senso comune? e io: sublime, impareggiabile! Insomma, lodar molto e lodar sempre, ecco in due parole il programma della mia futura vita letteraria.

Riflettendo però maturamente, anche questo progetto così naturale è piano in teoria, all’atto pratico ha i suoi ostacoli, e può incontrare la critica piú acerba. È quello che accade di quasi tutte le cose anche più facili in apparenza: e sappiamo da Esopo che perfino nel condurre un asino al mercato è impossibile farlo in maniera che soddisfi al genio di tutti. Dunque dimando io: chi o cosa dovrà celebrare ne’ miei libri? Ho da lodare la virtù e soprattutto farla trionfare? sono assunti da commedia e utopie da palco scenico. Loderò il vizio? se ne incaricano già anche troppo i romanzieri oltramontani. Farò salamelecchi ai personaggi potenti? nessuno mi salverà dall’accusa di vigliacco. Farò plauso ai ricchi? sarà inevitabile la taccia di scroccone. Se prendo a encomiare gli uomini d’ingegno, mi diranno fanatico. Se dedicassi la mia penna a divinizzare i tenori sfogati che vanno alle stelle, le prime donne assolute che fanno furore, e le comprimarie che sono evocate all’onore del proscenio usurperei non solo la missione, ma anche la lingua speciale del giornalismo. Oh, alle corte, sapete cosa ho pensato di fare? loderò le bestie, proprio quelle da quattro piedi e con tanto di coda; e così la passerò netta d’ogni rivalità, d’ogni invidia, d’ogni sospetto di secondi fini.

Fra queste ho scelto il gatto per il primo, perché è conosciutissimo, comune a ogni clima, sparso per tutte le case, accessibile alle più umili condizioni, fino alla donnicciola che fila la rocca, e al letterato. Quindi avverrà il caso rarissimo che, leggendo, tutti saranno giudici competenti delle verità da me annunziate, e si udirà da ogni parte: «Sembra che abbia studiato la mia gatta. – Il nostro micino è tale e quale. – Il gattone soriano che abbiamo mangiato lo scorso inverno faceva precisamente così».

Dunque vi offro in questo libro il panegirico del gatto: che veramente è tale, consistendo in un discorso affatto retorico, scritto secondo le regole di Aristotele, col suo esordio formale, colla confermazione, colla mozione degli affetti, e tutti gli altri amminicoli della così detta eloquenza. E se il suo titolo di panegirico non comparve netto e schietto sul frontispizio, fu, a dirvela in confidenza, per non parere soverchiamente frivolo. Esserlo, è permesso anche ai più seri o indigesti scrittori, ma sembrarlo no. Le parole cenni fisiologici e morali sentono lungi un miglio di filosofia svariata e soda: e sono modestamente promettitrici di lauto pasto alla curiosità dei dotti. Chi ben comincia è alla metà dell’opera: e chi sa inventare un frontispizio ingannatore, faccia conto d’aver composto la parte migliore e più difficile del suo libro.

Ma v’è un’altra forte ragione che mi determinò a scegliere il gatto per primo soggetto delle mie lodi. I destini di questa bestia, che è la più cattiva e la più fortunata di tutte, furono sempre per me un fatto significantissimo e fecondo di applicazioni. Che malvagio animale! dissimulatore profondo; traditore bisbetico, che vi graffia subito dopo una carezza; nell’indocilità e nell’ostinazione non ha rivali; egoista, anzi apatista come un acefalo per ogni cosa che non riguardi il suo interesse; tutto cervello per la malizia e per ogni genere di perfidie (compatite se per un resto di abitudine dico un po’ male almeno de’ bruti); leccardo come un sibarita; ozioso di professione; ladro nato, e ladro pel solo piacere di rubare; vigliacco coi forti, crudelissimo e sanguinario coi deboli: per essere enciclopedico nella scelleratezza, non gli manca che l’arma della parola.

Eppure egli è beneviso, accarezzato, lautamente nutrito. Ma per quali virtù? per un po’ di lindura della persona e gentilezza di modi, e qualche abilità nella caccia del topo. E tante altre bestie infinitamente più utili e buone sono malissimo pasciute, sovraccaricate di lavoro e di percosse. Questa ingiustizia sociale mi richiama a que’ bellimbusti completamente perversi e spregevoli che, per un abitino elegante e qualche vernice di amabilità e molta destrezza nel dar la caccia all’onore muliebre, si rendono importanti, sono ambìti ne’ circoli, diventano gli idoli del bel sesso e i padroni nelle case altrui. A me paiono gatti, né più né meno; ma certamente ho torto, perché tutto il mondo s’accorda nel chiamarli lioni.

Qui però non vorrei che la sottile e maligna critica avesse a scoprire una contraddizione fra quanto scrissi ora sul gatto, e ciò che di lui si leggerà più avanti, nell’elogio. Dico dunque, che mai la contraddizione esistesse, sarebbe ottima cosa: perché non v’è nulla di più frequente, comune e naturale agli uomini quanto il contraddirsi così in fatti come in parole. Ora, se il sommo dell’arte sta nel cogliere la natura ne’ suoi più varî e piacevoli accidenti, io qui avrei scritto, senza avvedermene, una pagina stupenda. Forse è per questo che alcuni libri leggiadramente screziati d’ogni colore e gremiti di assurdità ottengono molta voga: quanta natura in quei capolavori dell’arte! Nel mio caso però si troverà che non v’è contraddizione, quando si faccia una distinzione importante. Le cose che ora dico non sono già il libro, ma la prefazione, che d’ordinario non viene letta da nessuno, salvo gli amici più affezionati e curiosi. Questa dunque è una chiacchierata familiare fra il crocchio intimo della sera, quando si apre liberamente il cuore e si esercita la più atroce maldicenza, che di solito è la nuda verità e anche meno. Dopo viene il libro, fatto anche per tutti i profani che non capiscono niente delle cose del mondo: e là, siccome l’assunto è di lodare, si deve essere impudentemente bugiardo come un articolo bibliografico e una necrologia, inventando virtù che non esistettero mai, e voltando in virtù fin anco i vizi.

Ma, a proposito del contraddirsi, mi nasce uno scrupolo. Io lanciai qualche parola sui libri frivoli con apparenza seria, e non vorrei che andaste meco troppo d’accordo sulla frivolezza del mio. Sarebbe una pessima concessione. Gli autori, mi pare d’averlo accennato altrove, non sono mai modesti che a patto di esser contraddetti: rassomigliando in ciò alle belle signore quando dicono: «io sono vecchia, io sono brutta». Il meno che si possa rispondere è un «oh anzi, so ben ch’ella burla!». Guai se per divagazione di mente e per abitudine di tutto approvare scappaste fuori colle solite parole: «lei dice benissimo». Dunque il mio libro è tutt’altro che frivolo. Lo sarebbe se io facessi l’elogio individuale del mio gatto, quantunque anche in questo caso militerebbe per me un esempio tutto italiano del secolo decimottavo, allorché la morte del gatto di Domenico Balestrieri fu pianta in ogni possibil metro dai poeti di tutta la Penisola, e se ne fece un grosso volume a vanto dell’immarcescibile Arcadia. Ma io tratto della specie: intendete? E una specie qualunque è sempre importantissima; e più adesso, in quest’epoca della zoologia, che giudica non essere mai abbastanza studiate le bestie, e che introduce nel tempio della gloria chiunque faccia raccolta di lucertole, o sappia descrivere le corna delle lumache, o vada a caccia di farfalle, o infilzi un moscherino sullo spillo. Per dimostrarvi quanto sia importante una specie anche umile di bestie in confronto della più orgogliosa individualità umana, bisogna che brevissimamente vi annunzii una verità filosofica al massimo grado.

Il mondo, esaminato in grande, si move e progredisce non tanto per alcuni clamorosi, locali e temporanei avvenimenti, quanto per la continuità e universalità delle più tranquille, minute, comuni abitudini e tendenze della vita. A cagion d’esempio: un buono o cattivo sistema doganale ravviva o fa illanguidire momentaneamente il commercio in una o più nazioni; ma il commercio universale è eternamente alimentato e spinto dall’avarizia, dalla ghiottoneria, dalla mollezza, dal lusso, dal desiderio delle cose nuove, e da altri moventi che stanno nel cuore di tutto il genere umano.

Cento Colbert non varrebbero la minima di queste passioncelle della gente innominata. Per estesa che sia la sfera d’azione d’un conquistatore o d’un legislatore, la Terra è almeno dieci volte più grande dello spazio dove può giungere la sua influenza, e nove decimi ne sono esclusi o immuni. Più: quelle tali famose riforme, o rivoluzioni politiche, o fasi d’incivilimento che dir si vogliano, attribuite al genio individuale, certamente erano predisposte dalla maturanza dei tempi, cioè dall’opinione e dalla volontà delle masse; e probabilmente sarebbero avvenute anche senza la comparsa di un dato uomo, con maggior lentezza sì, ma con meno di violenza e di scossa.

Il gatto non fa altro di bene che liberarci dai topi, al quale intento non bastano né le trappole, né i bocconi avvelenati. Ma questo bene lo fa proprio lui, non aiutato da circostanze favorevoli, e lo fa sempre, e lo fa su tutta la superficie del globo. Guai s’egli cessasse dal mangiare i topi! saremmo forse ridotti a mangiarli noi. Sesostri, Ciro, Alessandro sono per noi remotissime e indifferenti tradizioni storiche: se non fossero mai esistiti, noi ci saremmo ugualmente, né più né meno felici. Altrettanto diranno di recenti personaggi i lontani posteri «che questo tempo chiameranno antico»; anzi la maggior parte degli uomini non saprà mai nemmeno i loro nomi. Ma il gatto sta sempre, e dappertutto, e a pro di tutti. Dacchè c’è il mondo e finché durerà, l’uomo ha sempre opposto e opporrà sempre al nemico topo l’amico gatto. Ora, sommate i suoi benefizi, moltiplicateli pel tempo e per lo spazio, e riusciranno come l’immenso numero di gocce d’acqua che formano il mare; e troverete che l’umanità deve assai più gratitudine alla specie del gatto che a qualunque isolato individuo della specie propria.

Lasciando dunque che altri celebri i fasti di Carlo Quinto o di Napoleone, io imprendo a trattare le lodi del gatto. Né temo la taccia di frivolezza: perché a considerare le cose con occhio di vero umanitario, a saper filosoficamente riferire il microcosmo al macrocosmo, io troverei importantissimo anche un opuscolo che insegnasse l’arte di cogliere le pulci al salto.

E qui fo punto e riposo, giacché i sublimi voli della filosofia hanno questa virtù: che stancano terribilmente. Va dunque, libretto mio, buono o cattivo, ragionevole o assurdo che dirti vogliano, va e gira più che puoi. Salutami tutti gli amici lontani, e prova loro che io sono ancora vivo in quanto a uomo, e non ancora perfettamente morto in quanto a scrittore. Soprattutto ti raccomando di annunziarti come aspettato in tante case di preziose conoscenze da me fatte nei giorni 17 e 18 dello scorso settembre (1845) a bordo del Castore, che ci portava al settimo Congresso dei dotti italiani. Era commovente lo spettacolo a veder circa duecento passeggeri, che correvano da Genova a Napoli colla velocità di dodici miglia all’ora, allo scopo sublime di mandare innanzi la scienza.

Che se per avventura la scienza sola fosse restata tranquilla al suo posto, noi pratici della sua pigrizia ed educati alla rassegnazione, non dimenticheremo mai quel magnifico mare, quel purissimo cielo, quell’isole amene, quelle deliziose costiere, quello splendido sole, quella luna piena, quel vino buono, quel tanto ridere e cantare, quel bivaccare tutta la notte sopra coperta, e specialmente quella sublime fraternità (italiana, s’intende) stabilita dalla scienza e dal mal di mare. A meglio condire le quali cose concorrevano forse una dozzina di signore veneziane, lombarde, piemontesi, delle quali alcune bellissime, tutte spiritose e gentili, e animatrici di quella scena tanto memorabile nella nostra fredda e monotona vita.

A chiunque mi dimandava che cosa fosse per procreare la mia musa, io rispondeva: un gatto. E appena restituito al focolare domestico, diedi l’ultima mano al mio lavoro. Agli amici dunque e vecchi e nuovi lo raccomando; e se nell’indulgenza loro lo trovassero a livello dell’argomento che tratta, mi sapranno poi dire qual sia la prima bestia che io debba celebrare dopo il gatto.

1 Credo opportunissimo di qui riportare alcuni pensieri dell’illustre Redattore del Politecnico sulla satira.

“La satira è un esame di coscienza dell’intera società; è una reazione del principio del bene contro il principio del male; è talora l’unica repressione che si può contrapporre al vizio vittorioso; è un sale che impedisce la corruzione; la società non può dirsi coinvolta appieno, se non quando il vizio può riscuotere in pace i plausi del volgo, ed ostentar sé medesimo come il maestro del saper vivere. La satira depura e stringe in brevi linee le stentate interpretazioni, le prolisse istorie, e le interminabili ripetizioni della maledicenza privata. Ciò che per anni ed anni formò il pascolo di mille mormorazioni monotone, insipide, codarde, si concentra ad un tratto in forma vivace e scintillante e, a guisa d’un razzo acceso, solca gli spazj e attrae tutti gli sguardi; ma quella fiamma si nutre dell’aria stessa di cui tutto il popolo respira e vive….Fu già notato che l’audacia della satira è uno dei segnali della superiorità mentale di una nazione. I Goti e gli Algerini non furono mai famosi nella comedia come i borghesi di Atene e di Parigi. Ariosto e Macchiavelli furono egregi derisori del prossimo in un tempo che i gran peccatori pagavano tassa e compravano il perdono dei poeti. Tra il secolo del Bibiena e del Goldoni sta il Seicento, secolo vuoto e fiacco che non ebbe tampoco la forza di ridere di sé stesso. La possente Inghilterra è la patria della caricatura; ogni giorno una legione di giornali vi fa specchio inesorabile della vita pubblica e privata; Sheridan vi compì l’opera mettendo in comedia la stessa maldicenza. I più illustri scrittori del secolo, Walter Scott, Byron, Goethe, Manzoni, sono tutti dipintori di caratteri o vogliam dire scrittori satirici…A cominciar da Dante, che fu l’ideale della maldicenza, i Fiorentini dominarono sull’Italia colla spaventevole publicità d’una satira che era intesa da un capo all’altro della Penisola. Ma dopo che il duca Cosmo insegnò loro a parlar sempre bene di tutto, Firenze, ad onta dell’aureo dialetto, non ebbe più lo scettro delle lettere italiane ec.” Politecnico, vol. I pag. 267

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